Il mare della Sardegna si "tropicalizza": pesce pappagallo, serra e vermocane avanzano verso nord
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Il mare della Sardegna si "tropicalizza": pesce pappagallo, serra e vermocane avanzano verso nord

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Voce di Sardegnamer 1 lug 2026 · 4 min di lettura

Il riscaldamento del Mediterraneo sta spingendo verso nord specie tipiche di acque più calde, che raggiungono sempre più spesso le coste sarde. Pesce pappagallo, pesce serra e vermocane sono i tre "nuovi protagonisti" di un mare in trasformazione, tra competizione alimentare, danni alla pesca e rischi per la biodiversità. Il fenomeno, detto meridionalizzazione, è al centro delle ricerche dell'Università di Sassari con CoNISMa e AMP di Tavolara.

Le acque che circondano l'isola stanno cambiando volto. Non è solo questione di temperature in aumento, ormai un dato acquisito anche per il Mediterraneo, ma di ciò che questo riscaldamento provoca negli equilibri biologici. Specie che un tempo popolavano soprattutto i settori più caldi e meridionali del bacino stanno risalendo verso nord, e compaiono con frequenza crescente anche lungo le coste sarde.

Non "aliene", ma in espansione

Attenzione a non confondere: non parliamo necessariamente di specie "aliene", cioè arrivate da fuori Mediterraneo attraverso il Canale di Suez, le acque di sentina delle navi o l'introduzione umana a scopo commerciale. In molti casi si tratta di organismi già presenti nel bacino, che ora allargano il proprio areale sfruttando un clima sempre più favorevole.

«È il fenomeno della meridionalizzazione del Mediterraneo: lo spostamento progressivo verso nord e verso ovest di organismi marini tipici di acque più calde», spiega il professor Marco Casu, docente di Zoologia marina dell'ateneo sassarese. «Un processo che coinvolge pesci, invertebrati e altri organismi, e che può avere conseguenze rilevanti sugli ecosistemi locali. Le nuove presenze competono con le specie storiche dei fondali sardi, modificano le reti alimentari e in alcuni casi creano problemi diretti alla pesca».

Il pesce pappagallo, dal nome che nasce a Creta

Tra le specie osservate con maggiore attenzione c'è il variopinto pesce pappagallo (Sparisoma cretense). Fino a una ventina d'anni fa era confinato al Mediterraneo orientale, a partire dalle coste di Creta da cui prende il nome. «Con il riscaldamento delle acque ha ampliato il proprio areale», racconta Casu. «Prima le segnalazioni sono aumentate in Sicilia, poi sono arrivate in Sardegna. Oggi è stato osservato più volte lungo le coste dell'isola, e la sua presenza è stata registrata perfino nel Mar Ligure, tradizionalmente uno dei tratti più freddi del bacino».

Il nome deriva dalla bocca a forma di becco, con denti fusi tra loro che gli permettono di raschiare e frantumare organismi dotati di parti dure, come piccoli invertebrati con guscio. Proprio questa caratteristica lo rende una specie da tenere d'occhio. Non ha grande pregio commerciale e non è ancora chiaro se possa diventare invasivo nelle acque sarde, ma un rischio esiste: la competizione alimentare con specie locali, in particolare con alcuni labridi come le donzelle.

Sotto osservazione anche gli ambienti del coralligeno, le strutture rocciose ricche di biodiversità costruite nel tempo da alghe rosse e animali dal guscio calcareo, potenzialmente esposti all'attività alimentare del pesce pappagallo. Per chiarire questi impatti, il gruppo del professor Casu conduce analisi finanziate dal CoNISMa (Consorzio Nazionale Interuniversitario per le Scienze del Mare), di cui l'Università di Sassari fa parte, e dall'Area Marina Protetta di Tavolara. L'obiettivo è ricostruire, tramite studi molecolari sulla variabilità genetica, se la popolazione sarda derivi da pochi individui riprodottisi sul posto o da un ingresso più ampio di esemplari.

Il pesce serra, predatore dai denti a sega

Il pesce pappagallo non è l'unico segnale. Il pesce serra (Pomatomus saltatrix) è ormai una presenza ben nota lungo le coste sarde. È un grande predatore, chiamato "serra" per la dentatura tagliente capace di tranciare di netto altri pesci e persino i terminali delle lenze: per catturarlo i pescatori usano terminali d'acciaio. Può superare il metro di lunghezza, si spinge molto sotto costa e compare anche in acque bassissime. La sua diffusione incide sugli equilibri locali perché preda altre specie, comprese spigole e cefali, alterando la composizione delle comunità costiere.

Il vermocane, il verme urticante che rovina le reti

Ancora più problematico, soprattutto per chi pesca, è il vermocane (Hermodice carunculata). È un polichete, un verme marino molto colorato e di dimensioni generose (fino a 25 cm), dotato di setole urticanti; la sua colorazione "aposematica" segnala la pericolosità. Anche qui non parliamo di specie aliena: era già presente nelle acque calde del Mediterraneo, ma la meridionalizzazione ne favorisce espansione e abbondanza. In Sardegna è ormai segnalato lungo ampi tratti della costa orientale, da Villasimius verso nord.

Per i pescatori è un danno concreto: divora i pesci intrappolati in reti e palamiti, poi resta a sua volta impigliato negli attrezzi, e rimuoverlo è difficile proprio per il potere urticante delle setole. «Gli effetti non riguardano solo il lavoro dei pescatori», sottolinea Casu. «Il vermocane si nutre anche di altri organismi, tra cui le stelle marine, e può contribuire alla riduzione della biodiversità locale. Dove aumenta rapidamente, il problema è aggravato dall'assenza di predatori efficaci. E per l'uomo non offre ricadute positive: non ha interesse commerciale, non è sfruttabile e produce soprattutto impatti negativi».

Un Mediterraneo in trasformazione

Il quadro è quello di un mare in mutamento, dove il riscaldamento non è più un'astrazione ma un fattore capace di ridisegnare la distribuzione delle specie. In Sardegna il processo è già visibile: nuovi equilibri si formano sotto la superficie, tra pesci che risalgono verso nord, predatori più frequenti, invertebrati urticanti e specie locali costrette a competere in un ambiente che cambia più in fretta che in passato. La sfida ora è capire quali presenze resteranno occasionali e quali diventeranno stabili e invasive, e quali effetti avranno su habitat, pesca e biodiversità dei mari sardi.

Fonte: dichiarazioni del prof. Marco Casu (Università di Sassari), con ricerche finanziate dal CoNISMa e dall'Area Marina Protetta di Tavolara.