Nel Mediterraneo vivono oltre cinquanta specie di squali (ottanta contando razze e trigoni) e la Sardegna è uno degli osservatori privilegiati di questa biodiversità. Dopo il caso del turista ferito a Costa Paradiso, la biologa marina Simona Clo spiega perché la paura è mal riposta: gli squali ci evitano, gli attacchi sono rarissimi e quasi sempre legati a circostanze particolari. Il vero allarme riguarda loro: crescita lenta, poche nascite e una fragilità estrema di fronte a pesca accidentale, inquinamento e crisi climatica.
Squali in Sardegna: a rischiare la pelle non siamo noi
Colpa di Spielberg, dei blockbuster americani e di mezzo secolo di immaginario collettivo: quando pensiamo agli squali pensiamo a mostri degli abissi, pronti a trasformare una nuotata in una tragedia. Ma il Mediterraneo racconta tutta un'altra storia. Nelle nostre acque nuotano decine di specie, molte rarissime da avvistare e quasi tutte accomunate da un dato scomodo: sono molto più minacciate dall'uomo di quanto l'uomo lo sia da loro.
A spiegarlo è Simona Clo, biologa marina e responsabile del progetto Life European Sharks, nato per rafforzare la tutela di squali e razze. Un tema tornato d'attualità dopo il caso del turista francese ferito nelle acque di Costa Paradiso da quello che è stato identificato come uno squalo pinna nera: ferite superficiali, ma paure e stereotipi immediatamente riaccesi.
Oltre cinquanta specie, e la Sardegna al centro
«Nel Mediterraneo vivono più di cinquanta specie di squali e circa ottanta se includiamo anche razze e trigoni», spiega la ricercatrice. «La Sardegna, grazie alla straordinaria qualità dei suoi ambienti marini, è uno dei luoghi più importanti per osservare questa biodiversità».
Tra le specie che più accendono l'immaginazione c'è ovviamente lo squalo bianco, presente nel Mediterraneo da oltre un secolo. In Sardegna gli avvistamenti erano più frequenti nell'epoca delle tonnare: il tonno è una delle sue prede preferite. Oggi gli incontri sono rari, ma la sua presenza resta la firma di un mare biologicamente ricco.
Il gigante che "sembrava stare male"
Il vero colosso delle acque sarde è però un altro: lo squalo elefante, il pesce più grande del Mediterraneo. Supera gli otto metri di lunghezza e si nutre… di plancton. Negli anni Duemila l'area dell'Asinara era nota per le sue aggregazioni stagionali. Nuota in superficie a bocca spalancata, filtrando il cibo trasportato dalle correnti.
«Spesso i pescatori mi chiamavano preoccupati – racconta Clo –, mi dicevano che avevano visto uno squalo che sembrava stare male. In realtà stava mangiando». Un equivoco più che comprensibile: nell'immaginario comune lo squalo è un predatore veloce e sempre in movimento. Non a caso il nome inglese di questa specie, basking shark, significa "squalo che si crogiola al sole".
Le acque sarde ospitano anche verdesche, mako, trigoni, gattucci e aquile di mare. Molte segnalazioni arrivano da pescatori, subacquei e semplici appassionati che inviano foto e osservazioni: una forma di scienza partecipata che sta permettendo di costruire una mappa sempre più precisa della presenza degli squali nel Mediterraneo.
La verità scomoda: sono loro a evitare noi
Il dato più sorprendente riguarda il comportamento. Gli squali tendono a evitare il contatto con l'uomo: quando i ricercatori li studiano in mare aperto devono restare immobili, perché al primo segnale di presenza umana nella maggior parte dei casi si allontanano. «Per uno squalo siamo un organismo grande, insolito, sconosciuto e potenzialmente pericoloso», spiega la biologa. «La scelta più sicura è stare alla larga».
Le interazioni negative sono rare e quasi sempre legate a circostanze specifiche: molti casi nel mondo coinvolgono pescatori subacquei o persone che stanno recuperando pesci appena catturati. In quei momenti lo squalo non è attratto dall'uomo, ma dalle vibrazioni di una preda ferita — segnali che i suoi sensi captano e che a noi sfuggono del tutto.
La regola in caso di incontro ravvicinato è una sola: rispetto. Niente inseguimenti, niente tentativi di toccare l'animale, niente assembramenti. Vale anche per trigoni e razze che si avvicinano a riva durante il periodo riproduttivo: la tentazione di "aiutarli" è forte, ma il calpestio di decine di persone in acqua li disorienta. Meglio lasciare loro lo spazio per tornare al largo da soli.
L'emergenza vera
Perché il problema non siamo noi: sono loro a essere in pericolo. Gli squali crescono lentamente, raggiungono la maturità sessuale dopo molti anni e mettono al mondo pochi piccoli. Alcune specie si riproducono soltanto ogni due anni, con gravidanze che possono durare fino a ventiquattro mesi. Una strategia evolutiva vincente per milioni di anni, che oggi li rende però fragilissimi di fronte a pesca accidentale, inquinamento e cambiamenti climatici.
La lezione che arriva dal lavoro di Simona Clo è tutta qui: gli squali non sono mostri da temere, ma sentinelle preziose della salute del nostro mare.
Fonti: intervista a Simona Clo (Life European Sharks) — La Nuova Sardegna. Sull'episodio di Costa Paradiso: L'Unione Sarda, giugno 2026.