L’Italia di AirBnB: tra rendite facili, disuguaglianze e crisi degli affitti
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L’Italia di AirBnB: tra rendite facili, disuguaglianze e crisi degli affitti

Voce di Sardegna
Voce di Sardegnamar 28 ott 2025 · 4 min di lettura

Il boom degli affitti brevi ha trasformato il mercato immobiliare italiano, creando nuove rendite e tensioni sociali. Mentre i guadagni dei proprietari volano, i canoni salgono e trovare casa diventa sempre più difficile per studenti e lavoratori.

Spesso la politica italiana viene accusata di litigare su questioni di poco conto, e le recenti discussioni nella maggioranza riguardo agli affitti brevi sembrano confermare questa impressione. Tutto nasce dalla proposta del ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, di aumentare dal 21% al 26% l’imposta sui redditi derivanti dagli affitti brevi, quasi tutti gestiti tramite piattaforme come AirBnB. In realtà, la modifica riguarderebbe solo il primo immobile dato in affitto, poiché chi ne possiede tra due e quattro già dovrebbe pagare il 26%, mentre chi supera i quattro dovrebbe essere considerato un’impresa. Nonostante ciò, la proposta ha scatenato forti polemiche politiche. Per Antonio Tajani è una norma ingiusta, per Matteo Salvini è una sciocchezza, mentre Maurizio Lupi vorrebbe addirittura abbassare l’imposta al 15% per gli affitti di lungo periodo. È comprensibile che cerchino di attrarre i consensi dei proprietari di case, ma in questo caso la questione tocca aspetti molto più profondi. Il fenomeno AirBnB, esploso in modo straordinario dopo la pandemia, non è solo economico ma anche sociale: ci costringe a interrogarci su cosa stiamo diventando come Paese, su quale modello vogliamo seguire e su chi paga realmente il prezzo di questo cambiamento. Non c’è nulla di sbagliato, a livello individuale, nel mettere in affitto una proprietà su una piattaforma digitale: è una scelta legittima e spesso utile, sia per chi affitta sia per chi viaggia. Tuttavia, le dimensioni raggiunte dal fenomeno rendono necessario un esame collettivo. Negli ultimi anni, il mercato degli affitti brevi è cresciuto a ritmi impressionanti: secondo il Future Urban Legacy Lab del Politecnico di Torino, le unità abitative offerte in affitto breve sono aumentate di oltre il 50% dal 2017, e presto si raggiungerà la soglia di un milione di alloggi disponibili. Parallelamente, il numero di notti prenotate e i ricavi complessivi del settore sono triplicati, passando da 2,6 a quasi 9 miliardi di euro. È nata così una nuova categoria sociale: circa 350 mila host che gestiscono in media più di due appartamenti ciascuno, offrendo complessivamente oltre tre milioni di posti letto, più di quelli dell’intero sistema alberghiero italiano. Questa crescita ha trasformato le città: da un lato genera occupazione e fatturato, dall’altro riduce gli spazi abitativi, aumenta i costi e contribuisce alla congestione urbana. Molti proprietari preferiscono gli affitti brevi anche per evitare i rischi legati ai contratti lunghi, poiché la legislazione tende a proteggere gli inquilini, talvolta permettendo loro di restare negli immobili senza pagare per mesi. Tuttavia, il boom di AirBnB crea un nuovo squilibrio sociale, evidente soprattutto in aree come la Toscana, Roma, Milano, la Puglia e Napoli, dove il fenomeno è più intenso. I ricavi medi per immobile sono più che raddoppiati, passando da 10 mila a 25 mila euro all’anno, con un aumento del prezzo medio per notte del 50%, da 111 a 167 euro. In città come Roma e Firenze, i guadagni medi annui per host si avvicinano o superano i 24 mila euro, pari al reddito medio dichiarato dagli italiani. Eppure la tassazione resta bassa: con l’aliquota al 21%, chi guadagna 24 mila euro all’anno da affitti brevi paga poco più di 1.300 euro in più rispetto a un lavoratore dipendente con lo stesso reddito. È evidente che si tratti di un’ingiustizia fiscale: non è accettabile che chi vive di rendita paghi quasi quanto chi lavora duramente ogni giorno. Giorgetti, dunque, ha ragione nel voler aumentare l’imposta. Ma il problema non è solo fiscale: riguarda anche il diritto alla casa. In città come Milano, Roma, Napoli e Firenze, gli affitti brevi rappresentano una quota rilevante del mercato, fino al 10% del totale in alcuni casi, influenzando il prezzo di tutti gli altri affitti. Il potere d’acquisto di un turista straniero finisce per escludere dal mercato studenti e giovani lavoratori italiani, che non riescono più a permettersi un alloggio. In questo modo, AirBnB contribuisce ad ampliare le disuguaglianze e a rafforzare una società sempre più divisa tra chi possiede e chi non ha nulla. L’effetto si riflette anche sull’inflazione: mentre quella generale è rientrata dopo il Covid, quella degli affitti continua a salire intorno al 4%, raddoppiando rispetto alla media nazionale e penalizzando chi vive di salario. C’è infine un rischio culturale: che la prospettiva di guadagnare facilmente affittando un appartamento indebolisca la spinta a studiare, a lavorare e a innovare. Oggi, il giro d’affari di AirBnB in Italia vale già quanto metà dell’intero settore della ricerca e sviluppo, il 60% dell’industria chimica, il 70% della farmaceutica e quasi il 90% del comparto audiovisivo. Se la tendenza continuerà, gli affitti brevi supereranno presto tutti questi settori strategici. Joe Stiglitz, premio Nobel per l’Economia, negli anni ’90 si domandava che messaggio si lanciasse ai giovani quando si abbassavano le tasse sui profitti e si aumentavano quelle sul lavoro: che fosse meglio vivere di rendita che di impegno. Aveva ragione allora, e avrebbe ragione anche oggi in Italia.