Francis Kaufmann, alias Rexal Ford, è accusato dell’omicidio di una bambina, forse sua figlia, mentre le indagini rivelano che viveva senza identità né redditi propri, finanziato unicamente dalla madre. Intorno a lui, il sospetto di un femminicidio e gravi omissioni nei controlli delle forze dell’ordine.
Dietro il nome di Rexal Ford si cela Francis Kaufmann, un individuo dall’identità sfuggente e dalla vita apparentemente doppia. Le indagini sui suoi movimenti finanziari, condotte dalla squadra mobile sotto la direzione del procuratore aggiunto Giuseppe Cascini e del sostituto procuratore Antonio Verdi, rivelano un dettaglio significativo: l’unica fonte stabile di sostegno economico dell’uomo sarebbe la madre. È proprio grazie al supporto economico materno che Kaufmann ha potuto coltivare le sue ambizioni nel mondo del cinema, presentandosi come regista e produttore.
Dall’analisi dei flussi di denaro non emergono per ora altri finanziatori, ma gli inquirenti stanno proseguendo gli accertamenti per verificare se vi siano ulteriori soggetti coinvolti. Il quadro che ne deriva rafforza l’immagine di una persona centrata su sé stessa, incapace di sostenersi autonomamente sul piano economico. Kaufmann, infatti, avrebbe più volte manifestato progetti grandiosi e sogni di successo, ma dietro queste aspirazioni non vi era che un’unica certezza: la disponibilità economica della madre, residente negli Stati Uniti.
Parallelamente, le forze dell’ordine stanno approfondendo le circostanze di un presunto caso di femminicidio. La vicenda ruota attorno al ritrovamento dei corpi di una donna, identificata come Stella, e di una bambina, presumibilmente sua figlia, nei pressi di villa Pamphili. Il decesso di Stella sarebbe avvenuto tra il 21 maggio e il 5 giugno, periodo in cui Kaufmann è stato avvistato più volte in zona, spesso in compagnia della bambina, ma mai della donna.
Un elemento che lascia sgomenti è il comportamento dell’uomo nei giorni immediatamente successivi al ritrovamento dei corpi: a soli tre giorni dalla macabra scoperta, continuava a inviare e-mail a un conoscente, uno scrittore, nel tentativo di portare avanti i suoi progetti artistici, come se nulla fosse accaduto. Un atteggiamento che ha spinto i magistrati a valutare il ricorso a una perizia tecnica approfondita per chiarire alcuni aspetti rimasti oscuri nonostante l’autopsia.
Attualmente, Kaufmann è formalmente accusato dell’omicidio della bambina, che potrebbe essere sua figlia. Gli inquirenti sono al lavoro per risalire all’identità completa della donna, ma fino a questo momento ogni tentativo si è rivelato vano. «Non ho mai sentito un nome», racconta Ioan Iurca, frequentatore abituale di villa Pamphili e testimone ascoltato di recente dalla polizia. L’uomo ha riferito che la donna e la bambina vivevano in una tenda, che ogni mattina veniva smontata e nascosta tra i rovi, probabilmente per sfuggire a eventuali controlli.
Dopo la scomparsa della coppia, anche la tenda è sparita, come fa notare Iurca. Le notti le trascorrevano nel parco, mentre per l’igiene si recavano al mercato “San Silverio” in via Gregorio VII. A confermarlo è anche il titolare di un negozio di cialde per caffè situato all’interno del mercato.
Un ultimo possibile avvistamento di Kaufmann risale al 6 giugno: il portiere di un hotel, ha dichiarato che, qualora gli venisse mostrata una fotografia dell’uomo, sarebbe in grado di riconoscerlo. Ricorda chiaramente che indossava dei bermuda chiari, una maglietta tipo polo e un cappellino con visiera, simile a quelli da baseball.
Intanto, sul fronte politico, si sollevano interrogativi inquietanti sui mancati provvedimenti nei confronti di Kaufmann, nonostante fosse stato fermato dalla polizia almeno tre volte insieme alla donna e alla bambina. Il Partito Democratico ha presentato un’interrogazione urgente al ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, per chiedere spiegazioni. «Nonostante i precedenti fermi per atteggiamenti violenti, non è mai stata verificata l’identità della donna né sono state messe in atto misure di protezione o di allontanamento tra i due», denuncia la senatrice dem Cecilia D’Elia, vicepresidente della Commissione parlamentare sul femminicidio, insieme alle colleghe Valeria Valente e Filippo Sensi.
Secondo i firmatari dell’interrogazione, questo ennesimo caso di presunto femminicidio mette in evidenza gravi mancanze nei meccanismi di prevenzione e tutela delle vittime. E il rischio, ancora una volta, è che sia troppo tardi per impedire una tragedia che si sarebbe forse potuta evitare.